I risultati

RELAZIONE ATTIVITÀ DELL’ATTIVITÀ SVOLTA DA ARSIAL
DOTT. GINO SEBASTIANI

INTRODUZIONE
L’interesse nazionale ed internazionale per il castagno è ultimamente accresciuto, antica coltura importante sotto il profilo alimentare ed artigianale che riveste il triplice ruolo di risorsa forestale, di specie da frutto e di elemento tipico del paesaggio montano. La pianta di castagno vegeta in maniera ottimale in collina a quote di 500-600 m fino a zone pedemontane sui 1000-1200 metri. I castagneti da frutto sono ormai molto ridotti (in seguito al mal dell’inchiostro e al cancro) in Italia, anche se in questi ultimi anni si sta assistendo ad un tentativo di recupero non solo ai fini produttivi. Le castagne in molte zone montane d’Italia hanno rappresentato la principale fonte alimentare ed hanno rivestito un ruolo essenziale per l’economia delle popolazioni dei territori interni e montani. Nell’ultimo decennio la castanicoltura ha segnato, nel nostro Paese, un’interessante ripresa. Diverse superfici a vecchi castagneti da frutto sono state così sottoposte ad una potatura di ringiovanimento, l’infezione del cancro della corteccia sta regredendo e le quotazioni del mercato per il prodotto (marroni e frutti degli ibridi) sono particolarmente remunerative ed allettanti per i produttori.
Le mutate esigenze socioeconomiche assieme alla diffusione di alcune problematiche fitosanitarie, avevano dato avvio ad un forte cambiamento nell’estensione e nella tipologia dei soprassuoli di castagno. Così durante gli anni ’50 e ’60, periodo di forte industrializzazione del Paese con lo spostamento delle genti verso le città, la castanicoltura si è contratta sempre di più col risultato più marcato che ha riguardato l’abbandono della superficie castanicole da frutto ed a cui ha corrisposto un incremento dei soprassuoli da legno favorito dalla ceduazione ed una riconquista naturale della vegetazione forestale (naturalizzazione).
Tutt’oggi si distinguono diverse tipologie di castagneti:
• castagneti da frutto oggetto di coltivazione;
• castagneti abbandonati in fase di riconversione naturale;
• boschi puri e misti di castagno.

PROBLEMATICHE FITOSANITARIE RILEVATE
Il deperimento osservato nei castagneti non è sempre ascrivibile ad una singola causa o agente di malattia ma può rientrare in un quadro più complesso di “sofferenza”, prodotto da cause sia biotiche che abiotiche.
Danni diretti al sottobosco sono poi arrecati dalla fauna selvatica, soprattutto dal cinghiale, anche per la funzione indiretta di veicolo di parassiti.
Le principali malattie del castagno possono essere raggruppate in tradizionali (mal dell’inchiostro e cancro corticale), con cui il castagno si è ciclicamente confrontato e in malattie emergenti (marciume del frutto e cinipide del castagno), più recentemente riscontrate sulle quali si sta cercando di ottenere maggiori informazioni.
Fino a qualche anno fa, infatti, nelle aree oggetto di studio, i castagneti sono stati attaccati dalla vespa cinese, Dryocosmus kuriphilus o cinipide del castagno, che ha causato pesanti danni alle piante provocando una totale perdita di produzione dei frutti. E’ un insetto fitofago detto galligeno perché induce la comparsa di ingrossamenti detti galle su germogli e foglie delle piante colpite nei quali la sua larva compie il ciclo vitale. Si pensava che le piante andassero incontro a deperimento e morte ma, grazie ai lanci del parassitoide Torymus sinensis, la situazione è andata via via migliorando ed ora può essere quasi considerata trascurabile la presenza di galle che nella maggior parte dei casi risulta parassitizzata e presente su piante selvatiche non innestate.
Nell’ultimo decennio è stato segnalato un incremento anomalo della percentuale di frutti affetti da marciume, che presentavano sintomi peculiari e non completamente riconducibili a noti patogeni fungini o insetti dannosi per i marroni. L’agente causale del marciume del frutto è Gnomoniopsis castaneae che si è affermato nei principali areali castanicoli della penisola. Incidendo la castagna colpita si è potuto osservare i sintomi caratteristici tra i quali una colorazione bianco-gesso dell’interno del frutto, che appare fortemente disidratato, o un aspetto marcescente della castagna che assume un colore marrone scuro. E’ un fungo endofita in grado di vivere della pianta senza indurre l’insorgenza di sintomi difficile da individuare e diagnosticare. I sintomi del marciume gessoso sono rilevabili alla raccolta, solo all’interno dei frutti. Esternamente le castagne colpite, infatti, non mostrano alcuna anomalia ma appaiono morbide al tatto. Al taglio, il colore dell’endosperma vira al bruno e la polpa infetta risulta molle e spugnosa.
Attualmente, non ci sono tecniche di controllo adeguate né principi attivi registrati: un trattamento con ozono, sperimentato da ricercatori dell’Università della Tuscia, ha mostrato un effetto micostatico bloccando lo sviluppo del fungo, senza particolari effetti sulle caratteristiche nutrizionali delle castagne.
AREE DI STUDIO
L’area oggetto di studio ricade all’interno di due insiemi geografici: i monti Prenestini per i comuni di Cave, Capranica Prenestina e San Vito Romano; la Valle del Giovenzano per il comune di Gerano.
Tutti i comuni fanno parte della provincia di Roma e aderiscono al GAL Terre di Pre.Gio. istituito il 16 aprile 2016.
Il territorio dei Monti Prenestini e Valle del Giovenzano è un’area caratterizzata da estese superfici a castagneto da frutto e castagneto da legno (cedui castanili e cedui misti) ove non di rado si riscontrano le presenze di esemplari monumentali anche in buono stato di conservazione. La peculiarità di alcune zone (Capranica Prenestina) è la presenza di innumerevoli piante plurisecolari e di “casette” aventi funzione di essiccatoi impiegati per la lavorazione della castagna, segno di testimonianza della vocazionalità del territorio alla coltivazione del castagno da frutto. La presenza quotidiana dell’uomo in questo territorio avveniva partendo a piedi direttamente dal centro abitato e percorrendo sentieri battuti, i cui tracciati sono ancora oggi riscontrabili facilmente per la vetustà del tratturo o, in qualche caso, per gli adattamenti costruttivi nei secoli operati nel tempo (battuti pavimentali, muretti di contenimento, sostruzioni).

CENNI STORICI
Negli antichi statuti delle comunità dei Monti Prenestini, così come in quelle dei dintorni, il castagno occupava un posto di rilievo tra i prodotti della terra: nello statuto di Genazzano del 1379 vi è appunto menzione delle castagne tra i più importanti prodotti locali “…item, actum est quod quilibet teneatur deferre et dividere ad portam castaneas, quercus, olivas, nuces, cannapem…(XXV)”. Nel testo dello statuto vi è, inoltre, menzione di un “Castagneto Sancti Petri” dove la raccolta dell3 castagne era riservata ai proprietari.
Nello statuto di Cave (1296) si autorizzavano i guardiani ad uccidere intere greggi o gruppi di maiali qualora fossero penetrati all’interno di castagneti quando le castagne iniziavano a cadere. La raccolta delle castagne fu per lungo tempo un diritto naturale delle popolazioni locali garantito dagli usi civici del territorio (jus castaneaticum) assieme ad altri diritti civici.
I frutti essiccati erano sicuramente eccedenti il fabbisogno locale, così le diverse qualità di castagne erano diffuse un po’ ovunque nel territorio dei Prenestini e la produzione andò progressivamente aumentando nel corso del XIX secolo: dalla lettura della toponomastica dei luoghi emerge chiaramente come in diversi luoghi si producessero coltivazioni di castagno (Castagneto Piano).

STATO DEL PAESAGGIO E PRINCIPALI CRITICITA’
Il paesaggio castanicolo dei comuni dei monti Prenestini e della Valle del Giovenzano interessati alla candidatura a paesaggio storico, nonostante la contrazione di vaste aree a castagneto da frutto che si sono avvicendate per motivi legati per lo più allo spopolamento dei territori rurali a partire dal dopoguerra, e che hanno portato all’abbandono ed inselvaticamento di vaste aree boschive ad una

drastica diminuzione della produzione, si presenta tuttora come testimonianza di un paesaggio rurale tipico dove la presenza di esemplari monumentali, edifici rurali di importanza storico culturale e sagre popolari, costituiscono gli elementi cardine ancora presenti e vivi sul territorio. Ad oggi, in queste zone si alternano vaste aree castanicole da frutto ben conservate su zone per lo più pianeggianti e di facile accesso ad estese aree un po’ più scomode ove le problematiche fitopatologiche hanno compromesso in parte la valenza economica. La castanicoltura di Cave e dei monti Prenestini, un tempo fulcro delle attività economiche contadine locali, si trova oggi in una situazione di marginalità, che rende occasionali le operazioni di gestione imprescindibili per un recupero di vigoria delle chiome. La problematica più attuale riguarda l’azione di danno che, a partire dal 2009-2010, il cinipide galligeno del castagno (Dryocusmus kuriphilus) sta infliggendo alle selve castanili. La lotta al cinipide galligeno è stata sostenuta attivamente dalle comunità locali attraverso parecchi lanci dell’antagonista naturale, Torymus Sinensis, effettuati su tutto il territorio castanicolo e cadenzati in più annate, con ottimo risultato di contenimento del patogeno come dimostrato dagli ultimi anni. Nonostante le difficoltà, molti agricoltori continuano a mantenere sul territorio formazioni castanili che, per il loro assetto fisionomico, rivestono una decisiva funzione storico-turistico-culturale grandemente incentivate dall’UE.
Di recente approvazione con Decreto del Presidente della Regione Lazio 30 ottobre 2019 è l’istituzione del Monumento Naturale “Castagneto Prenestino” di Capranica Prenestina e San Vito Romano, costituito da una selva castanicola (Castanea Sativa) popolata da alberi monumentali plurisecolari, che segue di qualche decennio l’istituzione del Monumento Naturale “Villa Clementi e Fonte di Santo Stefano” nel comune di Cave, approvato con Decreto della Giunta Regionale del 4 dicembre 2002, in cui si annoverano secolari e maestosi alberi di Castagno (Castanea Sativa).
I castagneti da frutto di Cave sono stati interessati parzialmente da interventi di potature e di recupero, rappresentando ad oggi uno degli elementi di eccezionalità di questo paesaggio rurale. Gli interventi sui castagneti non si sono limitati al solo recupero delle piante esistenti ma hanno previsto anche la messa a dimora e l’innesto di giovani piante così da perpetuare la tradizione della castanicoltura e del suo paesaggio anche nel futuro.
La vulnerabilità di queste zone, come manifestatosi un po’ sull’intero territorio italiano, è iniziata nel dopoguerra quando l’economia locale basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, seppur povera e necessaria alla sola sussistenza delle famiglie contadine, è venuta a scontrarsi con un massivo spostamento delle popolazioni verso i grandi centri urbani, opportunità di lavoro e di condizioni di vita meno dure di quelle che la “terra” aveva da offrire. Questo progressivo spostamento di genti verso la pianura ha così determinato l’abbandono di fasce di terreno prima necessarie alla sussistenza di un certo nucleo di persone che popolavano le fasce altimetriche più elevate. Il conseguente sviluppo di malattie e di patogeni derivanti dalla mancata gestione del territorio ha portato ad un indebolimento prima ed a un declino poi di porzioni di ettari di castagneti. Il disseccamento di alberi monumentali secolari ancora in piedi a testimonianza dei tempi passati ha rappresentato il culmine di questo processo.
Conseguenza dell’abbandono alla coltivazione del castagneto è stata la ricolonizzazione di porzioni di territorio castanicolo che ha visto il sottobosco ed il soprassuolo rivendicare la presenza delle specie autoctone, dalle specie erbacee cespugliose ed arbustive quali felci, ginestre e biancospino alla promiscuità di specie forestali come la quercia ed il carpino. Altro elemento di vulnerabilità non trascurabile è quello della presenza di animali che ciclicamente pascolano all’interno dei castagneti durante il periodo della presenza dei frutti a terra, arrecando così danni non solo al raccolto ma anche alle giovani piante innestate che taluni castanicoltori hanno impiantato a contrasto dell’abbandono della coltura. Come diretto effetto della rinuncia all’allevamento di questa specie arborea di grande importanza locale anche la tradizione sociale legata ai manufatti della castanicoltura ha subito un grande e profondo degrado: le “casette” adibite ad essiccatoi sparse un po’ su tutto la superficie a monumento naturale hanno subito collassi e naturali cedimenti a causa dell’assenza di manutenzione dei floridi tempi passati, sfavorendone quindi la conservazione e la loro integrità.
E’ necessario quindi operare quanto prima un mantenimento della gestione dei castagneti da frutto per evitare quei processi di rinaturalizzazione del territorio forestale in modo da salvaguardare il valore storico che il castagno da frutto ha generato sui territorio oggetto di segnalazione.

Ai fini dell’elaborazione della cartografia tematica dei castagneti da frutto allo scopo di individuare le zone con più spiccata vocazione castanicola e le zone oggetto di un possibile recupero, in allegato alla presente relazione, si è proceduto alla redazione di tre distinte tipologie di seguito dettagliate:

 

 

 

 

RISULTATI
I rilievi effettuati all’interno del perimetro dell’aera oggetto di candidatura hanno evidenziato una superficie a castagneto da frutto di 311,8 ettari suddivisi come di seguito:

Il dettaglio in base alle schede di classificazione precedentemente individuate è il seguente:

Nelle aree dei comuni di Cave, Rocca di Cave, Capranica Prenestina e San Vito Romano, ove la coltivazione del castagno da frutto ha avuto un’importanza secolare, gli interventi selvicolturali e la ripulitura del sottobosco andrebbero programmati per contrastare l’abbandono di sempre più ampie zone ormai lasciate a se stesse, ove problematiche fitosanitarie sono pressoché presenti. Nelle aree perimetrali di quei castagneti montani ancora in piedi si sono riscontrate ampie superfici castanili abbandonati ove lo stato di deperimento, di piante monumentali e sottobosco, è assai avanzato. Durante i sopralluoghi in quest’ultime aree, ma soprattutto nel comune di Rocca di Cave, Capranica

Prenestina e San Vito Romano, è stato possibile verificare la presenza di svariati esemplari di alberi affette da cancro corticale. All’interno di un sito abbandonato nel territorio del comune di Rocca Canterano è stata riscontrata la presenza di alcuni esemplari secolari aventi una circonferenza di più di 9 metri. Altri esemplari degni di nota di ritrovano nelle aree del monumento naturale castagneto prenestino di Capranica Prenestina e San Vito Romano.
L’abbandono di questi castagneti porta poi all’insediamento del bosco misto di latifoglie lasciando spazio a specie più tolleranti l’ombra.
In questa situazione di abbandono la produzione di castagne raccolte ai fini della commercializzazione è assai limitata e sempre più spesso soggetta a marciumi derivanti da funghi che si sviluppano per la mancata gestione del sottobosco e del tempo prolungato in cui i frutti permangono sul terreno. Non di poca importanza lo sviluppo del marciume derivante dallo Gnomoniopsis castanea recentemente comparso e ancora oggetto di studio.

CONCLUSIONI
L’area particolarmente vocata alla castanicoltura da frutto dei Monti Prenestini e Valle del Giovenzano sarebbe oggetto di veloci interventi per ripristinare il soprassuolo laddove la valenza produttiva del castagno è ancora presente: la gestione del soprassuolo con sfalci periodici, l’eliminazione di seccume e parti infette dalle chiome, renderebbe più vigorose le piante e si avvierebbe a una fase iniziale di recupero. La pratica dell’innesto, inoltre, consentirebbe il ripristino produttivo di ampie aree in cui il ceduo ha preso il sopravvento e la riconversione a frutto di sempre più aree in fase di abbandono.

RELAZIONE DELL’ATTIVITÀ SVOLTA DA UNITUSCIA – DAFNE
PROF. VALERIO CRISTOFORI e DOTT. FABIO DONNINI

SCARICA IN ALLEGATO IL DOCUMENTO CONTENENTE LA RELAZIONE FINALE “Relazione finale CASTANETUM PreGIO UO DAFNE UNITUS mag 2023”

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